CAPITOLO 1
RELIGIONE E SOCIETA'
Fede e pratica religio - L'essere vivente - La responsabilità sociale
La giustizia - L'impurezza - La relazione interpersonale
Fede e pratica religiosa
La religiosità ha sempre rappresentato una scelta individuale nella cultura umbratile. Sebbene in passato fosse quasi impossibile adottare un atteggiamento areligioso, nel tempo si sono sviluppate varie forme di espressione religiosa, che spaziano da una fervente partecipazione a un totale ateismo. Tuttavia, l’orientamento religioso non è mai stato un fattore escludente per i membri della società.
In generale, gli Umbratili possono essere distinti in base a:
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La fede: credente, dubitante, non credente e interpretante
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La pratica religiosa: coltivata a livello individuale e collettivo, praticata solo a livello individuale o solo a livello collettivo.
Il credente aderisce con totale fiducia all’esistenza delle divinità e all’attendibilità degli insegnamenti trasmessi attraverso il Gocio Gnov. Ritiene che i maestri che si sono succeduti abbiano interpretato tali insegnamenti con una corretta conoscenza religiosa e aspira, nel corso della propria vita, a incontrare una delle figure sacre (dei o santi).
Il dubitante ha un atteggiamento più moderato verso la divinità, spesso evitando di indagare le questioni metafisiche e sospendendo il giudizio su di esse. Si concentra maggiormente sulle questioni pratiche della religione. Un antico proverbio umbratile recita: “Se un dubitante incontrasse Vir e Riv in persona ne sarebbe contento ma non sorpreso; analogamente, se non li dovesse mai trovare nella propria strada, la sua vita non cambierebbe di un soffio.”
Il non credente nega l’esistenza delle divinità, considerandole esclusivamente simboli della narrazione collettiva. Tuttavia, riconosce la valenza educativa del Gocio Gnov come strumento di costruzione della socialità. Per questo motivo, non è raro che un non credente partecipi ai riti collettivi.
Con l’avvento della rivoluzione scientifica, molti Umbratili hanno iniziato a confrontare le loro posizioni religiose con le scoperte fisico-naturali. Questo processo ha portato all'emergere di una quarta posizione, chiamata interpretante. I fedeli interpretanti riconoscono nelle figure divine dei fenomeni naturali (ad esempio, vedono Vuruv come il Big Bang). Tale interpretazione ha spesso contribuito a risolvere tensioni personali di natura identitaria.
Nonostante le quattro posizioni possano sembrare in conflitto ideologico, non hanno mai portato alla formazione di gruppi oppositivi, se non nel contesto di un dibattito culturale positivo. Nel pensiero umbratile, ogni individuo è legittimato, e spesso incentivato, a una libera e autonoma interpretazione degli insegnamenti: questo approccio, ritenuto fondante e imprescindibile, ha portato all’impossibilità di definire un concetto di ortodossia e, di conseguenza, un qualsivoglia forma di eresia.
1.1 – La pratica religiosa comunitaria
La partecipazione ai riti rappresenta un elemento fondamentale della struttura sociale umbratile. Come già specificato, sovente anche i non credenti vi prendono parte, principalmente per la valenza collettiva che il rito rappresenta.
La maggior parte degli Umbratili vive la religiosità partecipando sia individualmente che collettivamente. I riti collettivi scandiscono il calendario e il ciclo della vita umbratile, segnando momenti di passaggio e di riconferma imprescindibili per la struttura collettiva. Tuttavia, nel corso dei millenni, ci sono state situazioni in cui riunirsi per celebrare un rito risultava rischioso per la comunità. In tali circostanze, si è preferito sostituire i riti collettivi con celebrazioni individuali o famigliari.
Dalla Catastrofe in poi, è consuetudine considerare collettivo un rito a cui partecipano almeno tredici persone che hanno superato l’Accoglienza, in memoria dei tredici Santi. Qualora il gruppo sia numericamente inferiore, i riti possono essere svolti in una forma ridotta.
Analogamente a molte altre religioni, i fedeli umbratili possono essere distinti in base alla loro partecipazione ai riti collettivi:
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praticanti: partecipano frequentemente ai riti collettivi;
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semipraticanti: partecipano ai riti in occasioni particolari, come le principali festività o eventi significativi del ciclo di vita proprio o dei congiunti;
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non praticanti: pur considerandosi fedeli, non partecipano ai riti.
Sebbene la partecipazione ai riti sia altamente consigliata, l’Umbratile non è escluso dalla comunità qualora non vi partecipi. Questa inclusività garantisce che tutti i membri della società possano sentirsi parte integrante della comunità, indipendentemente dal loro livello di partecipazione religiosa. Il rito acquista quindi un ruolo centrale nella cultura umbratile, contribuendo alla coesione sociale e alla continuità delle tradizioni, senza però escludere chi sceglie di non partecipare attivamente.
1.2 – La pratica religiosa individuale
La tradizione umbratile prevede che il fedele si relazioni con il Sacro secondo propria capacità e necessità. Pertanto, non esiste un protocollo canonico sulla pratica individuale. Nel corso dei millenni, ovviamente, ogni comunità ha sviluppato proprie modalità di intervento, spesso legate a insegnamenti di maestri particolarmente carismatici. Diventerebbe dispersivo, ai fini di questa trattazione, analizzarne le varie forme. Esiste tuttavia un protocollo minimo di azioni religiose che tutti gli umbratili, a prescindere dal proprio indirizzo cultuale, compiono nella propria quotidianità: secondo la consuetudine, il buon fedele si ritaglia due momenti nel corso della giornata per restare in solitudine e relazionarsi con il divino. In questi momenti, dopo aver compiuto una breve abluzione con il lavaggio del viso e delle mani (talvolta anche dei piedi), recita la preghiera Kahikuv, sulla quale torneremo più avanti, e rivolge a se stesso e alle divinità alcuni pensieri di riflessione personale. Consuetudine è compiere questo gesto a ridosso dell’inizio della giornata (tramonto) e a metà giornata (alba). Si aggiunge alla preghiera una breve analisi interiore delle azioni compiute nel giorno precedente (al tramonto) o di quelle che si stanno compiendo e si compiranno nella giornata, compresa l’analisi dei sogni di cui si ha memoria (all’alba). Ogni giorno è, inoltre, prevista la lettura di un verso del Gocio Gnov, la cui selezione dipende dal sorteggio che verrà spiegato più avanti: i fedeli maggiormente interessati agli aspetti teologici, oltre alla lettura, sono soliti concedersi del tempo per approfondirne l’analisi, confrontandosi con i maestri del passato.
2 – PREGHIERA
Nella religione umbratile, la preghiera occupa un ruolo rilevante in quanto rappresenta il momento in cui il fedele entra in relazione con la divinità, rivolgendosi direttamente ad essa. Nel corso delle epoche i Custodi hanno elaborato formulari di preghiere, talvolta di alto valore poetico, che sono stati trasmessi di generazione in generazione. Ciononostante, non esiste un canone relativo alla preghiera, in quanto ritenuta sempre e comunque un’azione volontaria e individuale. È, pertanto, lecito e spesso consuetudinario pregare utilizzando un pensiero libero e diretto, anziché rifarsi a costruzioni precedenti.
Lo scopo della preghiera umbratile è principalmente di ringraziamento o per esprime devozione. Sebbene non sia vietato, è altamente improbabile che un fedele esprima preghiere per chiedere una grazia o il perdono, poiché non si ritiene che tali richieste siano nelle possibilità dirette degli dei.
L’unica preghiera canonica, condivisa da tutti gli umbratili, è il Kahikuv (VUKIHAK), la cui creazione è tradizionalmente attribuita direttamente ai primi due Custodi Kahir. Il suo utilizzo è legato sia ai riti collettivi, di cui rappresenta una parte imprescindibile, sia come preghiera individuale, qualora il fedele non preferisca recitarne una differente.
Di seguito il testo nella traduzione corrente italiana:
Io ringrazio
La danza di Viv per il quando,
Il canto di Riv per il dove.
Io ringrazio
Tev per il soffio della Vita,
Sev per il fuoco del desiderio,
Nev per le radici della mia comunità,
Dev per il fluire dei miei affetti,
Fev per la luce del mio sapere,
Kev per l’oscura profondità del mio credere,
Lev per l’eterea certezza dell’Oltre.
Io ringrazio
La mia comunità
E le mie famiglie,
I membri che ne hanno fatto parte,
Che ne fanno parte,
E che ne faranno parte.
Io ringrazio
Me stesso,
I miei quando,
I miei dove,
I miei dubbi e le mie certezze,
Le mie radici e le mie fronde.
Per ieri, per oggi, per domani.
3 – GEOGRAFIA SACRA
Varav, l'isola originaria degli Umbratili, ha sempre rivestito un ruolo significativo nella narrazione identitaria di questo popolo. Situata nel Mediterraneo orientale, non è stata identificata con precisione con alcun luogo attuale, alimentando la teoria del suo inabissamento in seguito a un evento catastrofico, probabilmente l'eruzione del vulcano di Thera. Ciononostante, in vari momenti storici, studiosi e ricercatori hanno avuto epifanie che li hanno portati a identificare diverse isole come possibili ubicazioni di Varav, senza giungere a un’univoca decisione.
Dopo la Catastrofe, gli Umbratili hanno cercato nuovi territori da identificare come casa, tentando di riprodurre alcuni elementi della struttura di Varav o reinterpretandoli in nuovi contesti. Questo processo ha portato alla fondazione di nuove città e insediamenti, dove gli Umbratili hanno cercato di replicare gli elementi di geografia sacra e le strutture principali dell'isola originaria. Quando una comunità si insediava in una città preesistente, cercava di istituire nuovi luoghi sacri o, se ciò non fosse stato possibile, identificava punti sacri nei luoghi già esistenti della città.
3.1 – Varav
La nostra conoscenza di Varav deriva principalmente dal Gocio Gnov e da alcune narrazioni, le più antiche delle quali risalgono a tavolette in terracotta scritte in cuneiforme sumero. Questi testi forniscono un’importante indicazione di misurazione: Varav occupava una superficie di circa 52 shar sumeri (approssimativamente 202 km²) e aveva una forma leggermente ellittica.
Il centro dell’isola era caratterizzato da una leggera depressione al centro della quale si trovava una pozza d’acqua dolce di affioramento, ritenuta eredità del lago di sangue divino del Sacrificio. Attorno alla pozza si ergevano sette colonne, una per ciascun Dominante, alte 2 ninda sumeri (circa 12 metri), sulle quali era scritto il testo del Gocio Gnov. Oltre le colonne si apriva una grande piazza circolare, circondata da un muro di pietra bianca intervallato da tredici porte, ognuna dedicata a un santo.
L’abitato di Varav si sviluppava oltre le porte, in tredici distinti quartieri attraversati da canali navigabili e molteplici ponti. In ciascun quartiere erano presenti abitazioni, luogo di produzione e di commercio e un edificio cultuale; per le grandi celebrazioni, tuttavia, l’intera isola si ritrovava nella piazza centrale.
Nella zona occidentale dell’isola c’era una radura verde, considerata un parco sacro, in cui si trovavano ventidue alberi simbolo delle divinità e dei santi. Qui, secondo la tradizione, i custodi piantavano il proprio fiore dopo la consacrazione.
A nord e a sud-est, l’isola presentava due porti attraverso i quali intesseva relazioni con le popolazioni circostanti. Secondo la narrazione, dai porti sarebbero partiti i superstiti della Catastrofe nel momento dell’abbandono dell’isola.
3.2 – Geografia sacra contemporanea
Abbandonata Varav, le comunità umbratili disperse nel mondo iniziarono a scegliere dei luoghi simbolici in ciascuna delle nuove realtà in cui si insediarono. Ancora oggi, ogni comunità umbratile riconosce nella propria città nove punti associati alle divinità. La decisione di individuare questi luoghi simbolici è presa dai custodi di grado maggiore, in accordo con i membri della comunità. Qualora un fedele abbia necessità di sentirsi maggiormente in relazione con una divinità, si recherà in quel luogo per preghiera, meditazione o azioni cultuali individuali.
Dal XV secolo in poi, è diventata consuetudine abbinare a ciascuna divinità una specifica tipologia di luogo, seguendo lo schema seguente:
Viv: Torre /edificio centrale
Riv: Bottega artigiana/Fabbrica
Tev: Collina/Edificio elevato
Sev: Fiume/lago/spiaggia
Nev: Piazza centrale
Dev: Luogo di somministrazione cibo
Fev: Biblioteca/Museo
Kev: Luogo di culto altrui
Lev: Porto/Stazione/Aeroporto
Si rimanda a successive pubblicazioni per la mappa di questi luoghi per ciascuna delle città abitate, oggi o in passato, da comunità umbratili.
Nell’architettura ideale, ogni città umbratile conserva un tempio di forma ellittica, in memoria dell’isola di Varav. L’edificio presenta due porte di accesso, orientate a est e a ovest. All'interno, il tempio è dotato di otto nicchie: una per ciascun Dominante e una dedicata a Vurudav. Al centro, si trova un altare sopraelevato, mentre il resto dell’edificio è occupato da sedute uniformi per i fedeli.
Per molte comunità, tuttavia, la costruzione di un edificio di questo tipo non è possibile. In tali casi, è consuetudine utilizzare una sala vuota, nella quale vengono disposte sedie e oggetti simbolici a seconda del rito, come verrà descritto in seguito. In alternativa, si può utilizzare uno spazio aperto, come un giardino, un parco o un bosco. In ogni caso, il luogo rituale dev’essere consacrato all’inizio di ogni rito.
Questa flessibilità nell'uso degli spazi per i riti riflette l'adattabilità e la resilienza delle comunità umbratili nel mantenere vive le loro tradizioni religiose, indipendentemente dalle limitazioni architettoniche o ambientali.